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In media stat virus
3 Marzo 2020

“Il numero dei contagi è probabilmente sottostimato ma questo può essere positivo”, dice la virologa Ilaria Capua. “I dati dei contagi sono probabilmente sovrastimati e questo è un dato positivo” dice il capo della protezione civile Angelo Borrelli. Comunque vada, il dato è positivo e in questo ottimismo sta il dietrofront della comunicazione istituzionale.

Non voglio qui mettermi in fila per il tiro al piccione sulla gestione di questa crisi. Così come tutti sono diventati un po’ virologi in tanti sono diventati esperti di crisis management.
Voglio proporre un riflessione dando per assodate le inefficienze ma non le deficienze di questa vicenda. Cioè è evidente che la confusione sta regnando sul tema forse influenzata dalle nebbie padane. Ma non diamo per scontato che tutti gli errori siano errori: forse la crisi è almeno in parte stata gestita in questo modo per scelta.

Di fatto, il governo stressato da risse quotidiane e in una crisi che pareva più che annunciata ha tirato un grosso sospiro di sollievo. Negli Stati Uniti i presidenti sotto elezioni scatenano guerre, noi nel nostro piccolo prendiamo quello che ci arriva, in questo caso l’import virale. Dopo il corona virus tutti i contendenti del ring politico sono tornati nell’angolo. Tra una statistica virale e l’altra sono stati sommessamente approvati i decreti su cui si litigava e si ponevano veti che parevano insuperabili, dal milleproroghe alle intercettazioni. Il tema di scontro tolto dalla graticola della propaganda è diventato più commestibile.

Possibile quindi che la drammatizzazione sia stata una tattica? Più che possibile, soprattuto considerando i protagonisti di questa comunicazione istituzionale. Almeno fino a un certo punto. Chi è abituato a conquistare gli spazi gridando sempre più forte non è detto che sappia modulare in modo opportuno i toni di una crisi vera. Per dirla in modo meno poetico, l’enfasi del dramma è stata voluta ma il volume è scappato di mano perché chi lo ha creato non ha cultura o capacità per abbassarlo oltre che alzarlo. In un mondo di gente che grida imparare a parlare sottovoce è inutile.

Non si spiega diversamente l’apparente mancanza di preparazione di un piano di crisi visti i comodi tempi trascorsi tra l’annuncio cinese e l’esordio italiano. Probabile che il piano di crisi prevedesse proprio quello che più o meno è successo, almeno all’inizio. Come spiegare altrimenti la completa assenza di un portavoce autorevole, il primo passo di qualsiasi crisi. Invece, liberi tutti e anche qui forse la mano è un po’ scappata. Perché il complotto virale si è beffardamente spalmato sul lombardo-veneto governato dall’opposizione leghista. Siccome attaccare la controparte era una strategia inattuabile in una situazione così grave, si è scatenata la rincorsa a chi imponeva precauzioni sempre più rigide ma soprattutto scomposte. Questo ha portato al proliferare di centri di comunicazione con toni sempre più allarmistici come accade in tutte le crisi populiste e popolari. La gara a chi usa il termine più forte. Quante aziende sono state uccise dagli aggettivi urlati da comitati vocianti eccitati come quaglie che vedono solo faine, sotto l’effetto dopante della polarizzazione e dell’assembramento.

A un certo punto, poche ore fa, le parole forti sono terminate. Sono diventate sempre le stesse perché nemmeno la Crusca aveva fantasia per crearne di nuove. La noia è la triste mietitrice di ogni dramma. Allora il climax si stempera e si guardano le macerie lasciate dalla incapacità collettiva di misurare e misurarsi. Ma soprattutto da una mancanza di cultura della comunicazione che non è solo tecnica ma anche un senso di responsabilità e del dovere. In questa fase i media cercano la loro via mediana come buddisti pentiti spingendosi talvolta a un eccesso di rassicurazioni dannose quanto la drammatizzazione.

La conclusione è che non sono cambiati i mezzi di comunicazione ma i comunicatori. La società li segue. La ricerca della sensazione, l’orientamento a concentrarsi sull’emozione utilizzando l’efficacia narrativa della paura, è una malattia che richiede un vaccino urgente quanto il nuovo virus.

Un ultima cosa. Negli ultimi mesi oltre ventimila persone sono morte di dengue, oltre tre milioni si sono ammalate. Accade in Asia e in America latina. Se avete letto qualcosa sui giornali siete persone ben informate. Riflettiamo su come usiamo i mezzi di comunicazione, su quanto ci facciamo trasportare dall’onda emotiva anche tra professionisti o professoroni o semplici persone attente ai fatti del mondo. I media ormai siamo noi.

  • Giorgio Tedeschi

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