12 Giugno 2026
L’importanza della gentilezza nella relazione di cura

12 giugno 2026 – Si celebra il 15 giugno la giornata mondiale contro gli abusi sugli anziani, un’occasione che invita a riflettere su come la gentilezza rappresenti un atto di cura e di responsabilità. Mostrare rispetto, attenzione e considerazione non è soltanto una qualità personale: è un modo concreto per proteggere la dignità di ogni persona fragile, prevenire forme di trascuratezza e costruire relazioni in cui l’anziano si sente ascoltato, compreso e al sicuro.
Per l’occasione, la comunità sanitaria di Gerenzano Villaggio Amico, ha preso parte alla campagna di sensibilizzazione “La pratica della gentilezza nella cura delle persone anziane” promossa dalla Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) in collaborazione con l’Associazione AGIRE (Associazione infermieristica Gerontologica geriatrica Ricerca ed Etica) attraverso la realizzazione di un contenuto multimediale da cui emerge tutto il potere di un approccio gentile.
La dott.ssa Giorgia Rossi, terapista occupazionale di Villaggio Amico, spiega come questo approccio può e deve essere applicato in una relazione di cura. “In modo gentile, puoi scuotere il mondo”. L’affermazione di Gandhi esprime bene il potere che ha il valore morale della gentilezza, definita dall’American Psychological Association (APA), “un comportamento prosociale caratterizzato da atti di considerazione, generosità e cura nei confronti degli altri, spesso eseguiti senza aspettarsi una ricompensa“.
La gentilezza è in grado di innescare delle reazioni positive sia in chi la dona, sia in chi la riceve. Mostrare gentilezza, infatti, influisce positivamente sul nostro benessere, ci rende più altruisti e attenti ai sentimenti e alle esigenze altrui, rafforza la nostra autostima e ci permette di innescare un circolo virtuoso di azioni positive che coinvolgono anche gli altri.
In un contesto come quello di cura, la gentilezza gioca un ruolo molto importante soprattutto quando ci si pone davanti ad una persona con disturbi cognitivi o ad un anziano fragile inserito in struttura residenziale e semiresidenziale. Per un operatore sanitario, essere gentile non dovrebbe rappresentare solo una caratteristica individuale e personale, ma anche una competenza professionale che, come le altre, deve essere coltivata e nutrita. Mostrarsi gentile aiuta l’ospite a sentirsi compreso, ascoltato e riconosciuto, libero di esprimere paure, pensieri e desideri. Quando l’operatore è in grado di mostrarsi come una figura di cui ci si può fidare e su cui fare riferimento, creare un’alleanza terapeutica con l’anziano fragile e la sua famiglia diventa molto più semplice ed efficace.
In merito ad un approccio di cura che si possa definire gentile e specifico per la persona, vale la pena menzionare un modello di cura sviluppato dalla terapista occupazionale Moyra Jones alla fine degli anni Novanta in Canada, che si è poi diffuso in America e negli ultimi anni anche in Europa: il modello GENTLECARE. Questo modello nasce per fornire assistenza alle persone interessate da demenza, ma risulta utile anche in contesti diversi come le RSA con anziani fragili e non autosufficienti. In italiano non è stata fornita una traduzione alternativa, ma se dovessimo provare a tradurlo il risultato sarebbe proprio “la cura gentile”. Il modello è caratterizzato da un approccio definito “protesico”, che mira a creare un ambiente di cura personalizzato e che, con i suoi elementi, va a compensare i deficit e a mantenere e valorizzare le competenze ancora presenti, dopo aver valutato quali siano i deficit che la malattia ha creato e quali siano, di contro, le abilità residue.
Il GENTLECARE prende in considerazione la globalità della persona e ha come obiettivo finale la promozione del benessere e il raggiungimento del miglior livello di qualità di vita possibile. Viene definito gentile poiché pone l’attenzione sull’umanizzazione delle cure, sull’identità della persona (con valori, bisogni e desideri) e sulla sua dignità nella malattia. Considera inoltre la famiglia della persona con demenza e gli operatori che gli forniscono assistenza degli agenti terapeutici.
Nel lavoro quotidiano di assistenza la gentilezza assume molte forme, come succede a Villaggio Amico. Può essere lo sguardo di un’operatrice che, prima di iniziare la mobilizzazione di un ospite, si ferma un momento per chiedergli come ha dormito.

Può essere il tono di voce rassicurante con cui un fisioterapista spiega ogni passaggio dell’esercizio, evitando che la persona si senta spaventata o inadeguata.
Può essere il tempo che un’educatrice dedica a scrivere con calma una lettera insieme a un’anziana signora per il figlio lontano, trasformando un gesto tecnico in un momento di significato e dignità.
Ogni intervento riabilitativo risulta efficace solo se fondato su una relazione di fiducia e rispetto reciproco. La gentilezza aiuta a creare quel clima relazionale in cui l’ospite si sente accolto, riconosciuto e motivato a partecipare. Un approccio gentile, che valorizza le capacità residue dell’ospite e ne rispetta i tempi, rende più efficace la proposta di attività e ne aumenta la partecipazione. Ad esempio, proporre un’attività manuale spiegando con calma lo scopo e l’utilità, anziché limitarci alla mera esecuzione, permette alla persona di percepire senso e motivazione, elementi centrali nella terapia occupazionale.
Anche la comunicazione con la famiglia dell’anziano inserito in struttura residenziale e semiresidenziale dovrebbe essere caratterizzata da uno stile comunicativo gentile. Le famiglie spesso provano profondi sentimenti che possono influire sul modo di relazionarsi con i loro cari. Possono provare senso di colpa per essere giunti alla decisione di ricoverare il proprio caro, rabbia per difficoltà a convivere con una condizione neurologica non reversibile, tristezza per l’impossibilità di interagire con il proprio caro nella stessa maniera del passato.
Le conseguenze relazionali sono altrettanto sfaccettate: si può arrivare a comunicare con il proprio caro in maniera non idonea a causa di un carico assistenziale troppo pesante o ad interpretare alcuni atteggiamenti (spesso disturbi comportamentali) in maniera scorretta. Si può fare fatica a cogliere i reali stati di compromissione dovuti alla malattia o dall’altro lato, si possono sopravvalutare le reali condizioni della persona cara. Mostrare gentilezza ed empatia rispetto a queste tematiche può aiutare i caregivers a sentirsi meno soli, più propensi a mettere in atto dei comportamenti empatici e gentili. Possono, per esempio, pian piano “concedersi” di essere gentili anche verso loro stessi, di esserlo nei confronti del proprio caro anche se non sempre se ne comprende il comportamento. Possono scegliere di essere gentili verso altri caregivers nella stessa situazione e addirittura verso gli altri membri della famiglia a casa (che spesso si tende a trascurare perché l’assistenza alla persona fragile concentra tutte le energie fisiche e mentali).
La gentilezza non nasce dal nulla: si coltiva ogni giorno anche tra colleghi. Un ambiente di lavoro rispettoso, sereno e solidale favorisce operatori più attenti, empatici e capaci di trasmettere calma e sicurezza agli ospiti. Nella cura, la gentilezza è contagiosa: dove si sente accolta, cresce. È in parte frutto di una propensione personale, ma è soprattutto una scelta che gli operatori sanitari devono attuare affinché si raggiunga la miglior qualità di vita possibile per l’anziano fragile e si costruiscano alleanze terapeutiche positive anche con le loro famiglie.